La solitudine dell’architetto

Settimana scorsa si è svolta la Festa dell’Architettura a Forlì, meritoria iniziativa organizzata dagli Ordini degli Architetti di Rimini, nella quale sono stati coinvolti gli studi di architettura locali, così da mostrare alla cittadinanza quello che viene costruito, ristrutturato modificato nel territorio locale, una mostra locale, ed un dibattito incentrato anche sul consumo di suolo. Venerdì ho assisto ad una conferenza organizzata dagli Ordini degli Architetti di Rimini, dov’era presente MoDus Architetti che hanno illustrati i propri progetti.

L’introduzione dei crediti formativi ha, obtorto collo, aumentato le occasioni di confronto e conoscenza sul sull’architettura, sul fare architettura, sulle caratteristiche dell’architettura.

Oggi leggo questo articolo “DI OGM, spalline e direttori di giornale” che con l’architettura non ha nulla a che vedere, ma pone l’accetto sull’onesta intellettuale e su come gli argomenti, in questo caso relativi a fatti scientifici, sono “raccontati” dai giornalisti, da chi ha il compito di raggiungere tutti gli strati della cittadinanza. Il Dibattito sugli OGM ha, secondo me, forti connotazioni politiche, di visioni del mondo contrapposti, rispetto ai quali le questioni meramente scientifiche sono strumento, o pretesto, per l’una e l’altra visione. L’utilizzo di argomentazione scientifiche, con linguaggio scientifico, avvita la discussione tra gli specialisti.Vinceranno i fatti, come è successo con Galileo e con Planck.

Nell’ambito della mia professione, nell’ambito architettonico, noto lo stesso processo di avvitamento (o quantomeno il rischio di tale avvitamento) nel trattare e divulgare l’architettura. Alle mostre ed ai convegni di architettura partecipano gli architetti, che parlano di cose architettoniche in maniera architettosa, si affrontano i dettagli tecnici, la composizione, la riduzione dell’impatto, si usano terminologie-slogan “Rigenerazione”, “Riqualificazione”, ed anche “Riduzione del consumo di suolo”, “Consumo zero”,

e fuori da questo linguaggio specialistico, all’estasi dell’estetica, c’è la realtà e la chiusura.

La chiusura della discussione rispetto alle altre cose che accadono nel mondo e che hanno a che fare con l’architettura, le scelte politiche (con l’incapacità o difficoltà dei politici a comprendere il linguaggio architettonico che non gli è proprio), le ricadute nell’uso e trasformazione della città e del territorio dagli edifici, le possibilità tecniche, le relazioni con altre conoscenze scientifiche, tecniche, storiche,

così mentre MoDus descriveva un progetto di residenza per persone con malattie mentale, descriveva/raccontava i criteri progettuali, nel racconto non vi erano riferimento, correlazioni tra le proprie scelte con la malattia, le necessità dei malati, o come questi percepiscono la propriocezione della sequenza degli spazi, la discussione verteva esclusivamente su criteri estetici, eppure sono argomenti interessanti,

divagando con gli aneddoti,

alla Festa dell’architettura, nella mattina, è stato in alcune slide il progetto di Renzo Piano a Trento, il Quartiere le Albere,

ma quando ci sono stato ho notato che quasi tutte le piante sui balconi erano secche, gli impianti erano a vista all’estradosso nei solai al primo piano, ed il quartiere quasi disabitato; e nel pomeriggio un relatore, non ricordo chi, ha citato il progetto di Piano, affermando che le tipologie ed il taglio degli appartamenti del Quartiere non era quello che piaceva ai cittadini di Trento, ed i cittadini non li hanno comprati. Due frasi che hanno demolito l’intero discorso del relatore della mattina. Il progettista non aveva tenuto conto del contesto locale, una sola affermazione ha mostrato come la fiducia nella tecnica (lì dove in architettura la tecnica ha assunto una connotazione fortemente estetica, e non tecnica) non è sufficiente, e spiega la sensazione di abbandono che si ha visitando il quartiere. Bello, ma però ….

L’architettura (manteniamo sto termine vago) dovrebbe dialogare con gli altri “saperi”, in particolare con quello scientifico (ma forse per mia deformazione persone e per già sovrabbondante deriva “umanistica”) e necessità, disperatamente, di divulgatori che non parlino solo in linguaggio “architettonico”, che non affrontino solo questioni estetico-architettoniche, che non si affidino in maniera assertiva agli slogan, o alle parole d’ordine, che spieghino l’architettura a qualcuno che non sia un architetto,

altrimenti porzioni di città e di territorio, e le questioni architettoniche, rischiano di essere trattati con lo stesso interesse che si ha nell’abbinare il colore delle tende a quello del sofà.

Kristian Fabbri

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